Lettera ad un amico

©ManRay - Anatomy, 1929

©ManRay – Anatomy, 1929

C’e’ un’ambiguità di sorta ora nell’era dei social. Quando una donna scriveva, in un passato oramai lontano, erano carteggi o scritti autografi. Ora, si teme quasi di scrivere in prima persona per non scadere nel gossip, nell’occhio del grande flagello, in una soggettività come carta straccia. Risento di queste modificazioni. Ma poi, vince sempre la libertà.

E’ passato tanto tempo. Molto più del tempo legalizzato dal calendario. Le trame si fanno fitte fitte quando il tempo è della crescita e della scelta. E la lancetta dell’orologio diventa scansione dei bisogni ordinari. Il mio tempo e’ stato scandito da tante cose, rispetto alle quali ho perso lo scopo e la misura. Ora mi restano sulle ginocchia sempre piu’ magre, vivi ricordi scarnificati da quell’accesso funereo al quale solo un essere umano e’ capace di accedere e una fantasmatica certezza nell’ideale. Quello alto. Quello che si teme di raggiungere per timore della solitudine e del rischio.
La pace. La pace e il ricongiungimento degli opposti.
Come un fiore nudo ti parlo. Spogliata dall’intenzione di esserci ancora una volta. Denudata come una qualsiasi donna che pecca di libero arbitrio e vivace personalità.
Dei nostri dialoghi, ingenui, puliti puliti e drammaticamente empatici ne ho fatto un decalogo.
Leggi. Regole. Sommatorie di consigli e afflati che ho usato per tenermi in piedi in un mondo che comprendo sempre meno.
Qualcuno mi ha profondamente odiata per la mia capacità di non esser prona e di tener testa alle difficoltà usando la testa.
Di me si odia l’intelligenza e la si castiga. La vivacità e la si mortifica. La mia ingenua voglia di vivere, nonostante mi cibi di morte.
Ogni tuo consiglio e’ diventato un punto cardine. Un punto di partenza e di attracco.
Del caos ne ho fatto statistica. Degli inganni variabili. E del pianto, silenzio.
Il mondo e’ assai bigotto e i ghetti dalla strada si sono spostati nella scatola del cranio.
L’attenzione scema verso i primordi e l’uomo retrocede in balia di emozioni guerrigliere che ci portano velocemente sull’orlo di un collasso umano concreto e tangibile. Paurosamente veloce verso una guerra. Se non ci bastasse questa.
Osservo le cartine di geopolitica in questi giorni e sono le medesime della seconda guerra mondiale.
Spartizioni di zone di influenza attraverso olocausti legalizzati. E ne ho paura perchè mi accorgo che nessuno vede.
Il mio vedere mi spaventa. Queste spalle scoperte mi spaventano. La mia testa mi spaventa ma non posso retrocedere o sarei un fossato qualunque in cui getto la mia vita qualunque.
Non posso perche’ scarnificherei la Memoria e abiurerei.

Tu mi hai insegnato ad esistere perche’ io ho preso come una bestia affamata.
Ora voglio tornare a casa.
In quella stanza che nessuno conosce.
Solo mia. In cui ho imparato a fare della vita una poesia guardando fisso quel famoso abisso che se lo guardi troppo a lungo poi ti rimangia la carne e le cornee.
E dunque benedici il mio viaggio.
In silenzio come sai fare tu.

A te che sei il mio miglior amico, proteggimi.

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