Mia

©Paolo Troilo

©Paolo Troilo

Scrivere per tramortire il silenzio. Mettergli una mano sulla bocca e impedirgli di respirare. Per un attimo. Un solo attimo necessario per soffocare il silenzio e appiattire il sentire sotto la soglia dei due micronvolt. E sarà come se fosse mattina in riva al mare. La luce, il riverbero e il fondale. Ad ogni moto dell’onda una epifania di forme:- perturbazioni lineari:- geometria della risacca. E sarà come per dar forma al nulla per configurare il vuoto. Elevazione al cubo di rose e di lillà.
Percepire. Concepire. Trasfigurare il nulla per ricavarne l’impressione del niente. La danza dervisha di un paralitico. La Vanità delle Vanità. L’ipotesi genetica del precipizio di Gabriele.
Scrivere per rendere verosimile tutto questo, subito dopo aver piantato una rosa.
Per ricominciare. Forse. Per soffrire. Forse. Per cercarmi. Forse. Ancora una volta, nella forma esatta di questo dolore. Per esistere. Forse.
Ma l’esistenza e’ tanta. E paradossale. Tanto quanto l’estensione dell’universo richiuso nella formula chimica di una lacrima. Tanto quanto il peso di una stella implosa.

E’ fredda l’aria. E’ freddo il mattone. E’ fredda la distanza che separa il dubbio dall’intercapedine.
La costola da Adamo. L’autoconservazione da Isacco. La solitudine del mondo si attacca al viso come il rigurgito di un bambino. Ed io la vendico crepandomi gli occhi. Ed io la odio spaccandomi le unghie. E io la vomito sputando fiori.

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