Festina lente

L’aria e’ pacifica. Oggi. Il silenzio abitato dal suono di partiture russe che s’intrufolano per la strada e verso l’alto nelle crepe dei mattoni e poi attraverso le fessure delle finestre, ad importunare il sonno dei dormienti.
Riaprire un vecchio libro e ritrovare una promessa dimenticata.
Non c’è polvere. Non c’è polvere dove ci sono i vetri. Eppure la dimenticanza sta ferma. Lì. E guarda. Guarda sorniona. Beffarda. Come una difesa. Una placenta. Una roccaforte provvisoria sulla gobba di un dromedario.
Il ricordo soggiace alla volontà di non ricordare. Una volontà postuma. Violenta. Il tatuaggio del muto che non vuol sentire.
Ma basta poco. Un colpo di vento. L’arrivo di un amico. Un bambino che fa i capricci. Si parla di mare e dalla caffettiera comincia a sbuffare odore di salsedine. E la bocca saliva. Ed e’ stupore.
Pensare alle idee. A una rosa selvatica che ingoia una biglia di ferro. Il caffè e’ buono. Iris attraversa la cucina con un asciugamano girato intorno al corpo ed i capelli tirati in su. La sua carnagione chiara, adornata dal nero stretto degli occhi, le dona un contegno da geisha. Ma lei non lo sa. Accendere una sigaretta e continuare a pensare, mentre la mattina si sveglia senza fretta.
Una storia girata con una telecamera fissata su uno specchio e il tempo e’ stato interdetto da quelle mura. Dentro solo frame, figure e segni.
Guardarsi intorno. Inspirare. Tutto e’ come prima. Espirare. Nulla e’ come prima. Ora i muri sono bianchi e sgomberi ma l’intonaco crepa sotto gli strati del tempo, che come una muffa ha attecchito dall’altra parte delle pareti. Lentamente continuare ad assaporare il caffè, con gli occhi fissi su di un orologio sprovvisto di pile, riposto sulla mensola di fronte.
Si muore senza fretta in quells casa. Se si morisse in fretta non ci sarebbe il tempo per sentire l’agnello che muggisce nel ventre della vacca. Non si potrebbe azzardare di anticipare il vento.
E allora per morire piano, i ricordi smettono di esser molle e divengono foglie.
Fitte fitte, una dietro l’altra. Per ogni foglia un picciolo. Per ogni picciolo un pertugio nel ramo. Per ogni ramo un foro nel tronco – l’idraulica del fatto senza tempo, in cui la memoria e le promesse non passano. Stanno lì. Attendono che il vento, insinuandosi fra i rami, faccia largo alle foglie più antiche.
E le foglie più antiche aspettano che la clorofilla le rigeneri in un pianto vaginale.
La dimenticanza chiusa in un libro.
Qualcuno da ricordare.
Un calco di denti morde il cielo.
L’aria e’ pacifica, oggi. Si muore piano oggi.

©Ryan Widger - The only moment we were alone

©Ryan Widger – The only moment we were alone

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