Aria in due atti

  I. Sembra sia passata una eternità. Il tempo pare lungo quando non esiste e questa sensazione e’ sospensione. Quello stato della mente e dei sentimenti in cui tutto si dematerializza e la consistenza solita delle consuetudini svanisce. Le dicotomie deterministiche si frantumano come gesso sotto mani imprecise e l’io mi si perde nel peso del’assenza -:un topos paradossale dove maggiore e’ l’assenza minore e’ il suo peso. E quanto piu’ mi manchi, sono leggera. Leggera di dispersione. Assenza. Voracità. In un duetto silenzioso che mi rende pulviscolo e torba.
Non so piu’ scrivere lettere normali, con parole normali e afflati normali. Come una donna normale che ama e che soffre normalmente. Non ho piu’ una norma e per questo nausea delle mani!, al pensiero di scrivere una lettera in cui parlarei di amore usando la parola amore e di anima usando la parola anima.

   Quant’anche riuscissi a cancellare il mio Io – mi – rimarrebbe il moto spontaneo della mente. E mai sarei libera fuori da queste stanze senza mura che ospitano la mia coscienza. E ora che ho l’abisso negli occhi, una palla da ping pong rimbalza fra i fasci nervosi della Radiazione Ottica e le immagini scomposte in unità bidimensionali arrivano distorte e caotiche alla corteccia visiva. E allora non sarà piu’ l’immagine il valore del significante, ma l’udito. La sensibilità di sentire il suono del silenzio, e farne una coperta per quando la voce appena nata, urlerà. Non per soffocarne il dolore ma per custodirlo. Nella coperta. E la coperta nel caos. E il caos nella capacità dell’udire il sentire. E il sentire in nuove immagini. Forse poetiche. Forse brutali. Forse di chi semplicemente in una giornata non semplice scopre di non saper piu’ scrivere una lettera semplice.
La coperta – per arrivare al silenzio – si e’ fatta di ferro.

 ©Joanna Pallaris

©Joanna Pallaris

 II.  La misura delinea le intelligenze, le emozioni un’anastòmosi, pronta a farci defluire verso un posto osceno. Appena si diventa insufficienti a noi stessi, la passione riempie tutto cio’ che e’ vuoto. Tutte le stanze chiuse. Solleva la polvere in un baluginio di speranza.
Per cert’uni una speranza senza speranza. Un soffio di vento, che nasce nello stesso posto in cui muore, per riproporsi sempre fine a stesso -:L’Amar nell’addio -:la logica salvifica e’ del non senso. Il cerchio si e’ chiuso. Le fragilità scudate. E allora, come sempre, resta il resto del resto e questa sofferente libertà, che lasciandomi chiusa mi trascina via, in un posto che non so se sia di follia, ma certo e’ una sponda inafferrabile e sognante.
Imbevo il tramonto nell’orizzonte e mi faccio di vapore, per volare sola sui tetti e sui parallelepipedi color pastello che si riflettono sull’Arno. Lì dove la materia diventa non materia, quell’abisso, che vorrei rifuggire. Se fossi un’altra. Se non fossi io.
Mi perdo e mi scrivo scrivendoti. Allo stesso modo di quando mi tocchi e ti rispondo muta di umori e odori e dei segreti del mio corpo segreto, mosso dal mio cervello segreto, nelle segrete stanze, nella blindata magniloquenza dell’arte.
Un fiore di metallo sulla porta della cappella di santa Veronica. E’ sempre chiusa. Sulla Via Dolorosa, i passanti camminano oltre.

 ©Joanna Pallaris

©Joanna Pallaris

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