Sulla porta

 © Luca Pierro Photography /All rights reserved

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Lola non si chiama Lola. Si chiamò così nel giorno in cui comprese come l’aria imprigioni le ciglia e le lacrime i segreti. Decise allora di apporsi un nome frivolo. Leggìero. Svolazzante come una sottana. Lola. Andava bene. Almeno per quella che si fermava mai. Se lo faceva, pensava. Se pensava, soffriva. Se soffriva si spaventava. E quando si spaventava si metteva a dormire

E’ un risveglio settembrino questo. Di luce bianca che penetra le persiane e straripa nel buio della stanza, con il mare che si intrattiene ancora fra le lenzuola e la nudità. L’odore del pesco sopravvive nelle macchie d’umido del palazzo di fronte e visioni come aloni, sbiadiscono attraverso la porosità del mattone. La quiete e il fascio di luce. La luce e il riverbero sul pavimento e infine la caotica armonia del pulviscolo. Poi uno starnuto di Dio. Il riflesso di un’ombra come presagio d’inverno. Una nuvola nera corre in cielo e lo scrivano affitta subito una carrozza per andargli dietro. Le lenzuola sono verdi e la speranza e’ una radice quaternaria che si contorce nel ventre.

Messi i piedi giù dal letto, dopo aver caricato la macchinetta del caffè, si lava il viso e allunga il collo verso lo specchio. Non e’ sua abitudine rimirarsi, soprattutto a prima mattina quando il tempo e’ corto e non puo’ essere ingannato. Non si specchia mai ma da qualche giorno le occhiaie sono più profonde e bisogna avvicinare l’occhio fino allo specchio e poi sgranarlo. Nel fondo c’è un giardino e nel giardino una donna seduta ad aspettare. Ha gli occhi grandi e aggrinziti, fermi immobili su un danzale senza finestra. Un sabba più che una prassi: Lola si ritrova per un istante. Poi chiude l’occhio, lo riapre e lei non c’e’ più. Si esilia da sola e procede verso la sua giornata. E’ un risveglio in cui, i piedi si sono nuovamente rotti. Per la fretta non se n’e’ accorta ma ben presto in strada qualcuno le indica i sandali sporchi di sangue. – Grazie! Non ci avevo fatto caso Il passante la guarda con aria interrogativa e lei incalza il suo stupore – Ci si assuefa al dolore e anche alla fretta. Basito, l’uomo cerca di sorriderle ma diventa goffo e la lascia andare con un gesto di saluto, movendo una mano pesante tinta di blu. Lola rallenta il passo, abbassa lo sguardo sui piedi e due denti di dobermann spuntano fuori dalle ferite nel tentativo di afferrare una farfalla. La stazione e’ vicina e lì c’e’ sempre un posto per sedersi e medicarsi. Per afferrare la farfalla e riportarla nel giaciglio in bocca al cane. Trovata la panchina, bisogna evitare il passante. Lola cerca sempre di evitare il passante. Lo sconosciuto dei luoghi affollati, delle stazioni, degli antri discrasici di folla e solitudini. Il pezzo d’intonaco che non cede all’umidità del muro e che avrebbe potuto fermarla, con un – Ciao, come stai?!, lasciandola imbarazzata e muta. L’umanità e’ tanta ma basta poco per estinguerla. Una domanda che stride con tutto il resto. La controversia che non si aspetta. Quella che libera scintille come la punta di una trottola in collisione con una rotaia e invade le ossa, del reumatismo pregnante della sofferenza del mondo. – Ciao. Come stai: chiedimi come sto. Lei sa che in queste circostanze, un sentimento di compassione come di madonna pagana, si stacca dal resto di lei e le si siede sulle ginocchia. E pesa. E rallenta così la marcia. E lei soffre. E per non soffrire, non parla. Resta muta ed evita.

E’ un mattino di non attesa. Un mattino di distanza. Di Lola dalle ferite. Delle ferite dalla panchina. Di una panchina dalla dimensione senza misura dell’ indulgenza. C’è il vuoto e questo e’ una stanza. Ha pareti circolari disposte così distanti dal centro, che paiono non esserci. I quadri allora sembra che penzolino. Sono acqueforti, incise con nitrati al profumo di noce e mandarino, e si avvicendano come mani in cerca di un volto da accarezzare. E’ un mattino in cui fa molto caldo, i mattoni sollevano pulviscolo ardente e lì in fondo a quel binario morto, ci sono due posti a sedere. Il riverbero ritaglia la sagoma di un giovane che nel vederla arrivare alza schivo gli occhi offrendole un volto imbronciato e fiero. Sembra di roccia e un attimo dopo di bambino. Sta con i gomiti appoggiati sulle ginocchia appuntite, ed un portatile aperto messo per terra vicino ai suoi piedi. – Ciao. Sto andando all’aereoporto. Tu stai bene.

C’è un sentimento che spinge gli uomini fuori dal sé, per cercare in un impossibile altrove la propria vita. E questo altro dove viene chiamato amore. C’e’ anche un amore che non si presenta. Un vento che non bussa e non chiede permesso. Un mulinello di pietre preziose disposte in anelli di contingenze caotiche e capricciose capaci di preordinare il caos e assoggettarlo alla necessità. E questo e’ l’esistere. E da questi non ci si puo’ esimere. C’e’ una domanda di troppo e Lola si difende aumentando la distanza. – …Come vedi mi fascio i piedi. – Cosa accade – Nulla. La mia pelle che si oppone – A chi – A me stessa – Ah … Vivi qui – Si vivo qui. Tu? – No. Ci vengo per lavoro. Mi trattengo di rado…Stasera potrei fermarmi, se tu volessi accompagnarmi per una passeggiata. – No. Grazie. – Perchè – Perche’ sono una donnaccia retrò – Va bene. Cosa e’ retrò. Cosa e’ vintage. La calma la spiazza. Una calma atona in bocca ad una dialettica stretta e di domande senza interrogazione. Con gli occhi fissi, come un albero piantato nel vuoto, il ragazzo prende atto della sua alterigia e continua a parlare. Lui parla e i minuti si dilatano come pori stesi al sole. Lei ascolta e si medica. Un’altra storia di scorza minuta sta cadendo sulle sue gambe come briciole di un dolce mordicchiato da un bambino. Lui continua a parlare e parlando spezza il collo di un imbuto. Da anonimo si modifica, plasmandosi in un qualcuno. Senza lacrime e senza dolore apparente, lui piange. Lei lo sente, e continua a fasciarsi. Per ogni giro di garza lei lo sente e per tenerlo fuori, stringe ancora di più. Lui si dispera senza traccia di disperazione. Lei continua a sentirlo e non può lasciarlo fuori. Per ogni giro di garza, lo ha spinto sempre più dentro. – Il treno. Devo scappare. Ecco la mia mail. Ciao. Lola rimane sola. Le briciole sulla borsa. La borsa sulle ginocchia ed un ciao impigliato fra gli incisivi e la sagoma di un uomo smilzo che si annulla sempre più, in quel gioco di prospettiva che avvicina al cielo, e con una sola saccade riconduce in basso, a livello della concretezza.

E’ un mattino di un tempo mancato, dentro un cielo turgido e contratto. Di polvere da sparo sugli orecchi e di parole in cerca di una bocca che le possa parlare. Abbassa gli occhi sul foglio, ma non c’e’ alcuna mail. Solo un rigo, scritto in piccolo al centro del rettangolo bianco. Sorride. Si quieta. Non e’ nulla. Un altro pettirosso ha conficcato il suo becco nell’occhio di Cristo e una goccia di sangue rancido è finita sul suolo di d’io.
– Come un’anima bianca che si muove su uno sfondo nero, graffiando l’aria, esistimi.

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