Incipit in prima persona

©Catrin Welz-Stein

©Catrin Welz-Stein

I

Ho scritto una lettera e il mittente mi ha risposto: – È un ottimo incipit.
Io però volevo scrivere un’epistola, non un romanzo.
– È un ottimo incipit – mi ha detto – alla fine potresti scrivere: grazie lettore per l’attenzione che mi rivolgerai. Era solo una lettera e francamente non mi interessa l’attenzione del lettore. Non voglio che le parole siano mira di occhi soli. Le amo. Ne sono gelosa: che il lettore presti attenzione, sua sponte, se lo vorrà. Se mai saprà.
Pensavo poi, e il mittente lo sa, che scrivere è stringere un patto di delicatezza con se stessi. Le mie trasmutazioni non sono ancora ultimate: devo giungere all’ultimo foglietto germinativo. Solo allora potrò abbandonarmi in un prato e riempirmi la bocca di margherite e di lillà. Anticipando i tempi, sarebbe come schiacciarmi un’unghia con un martello, per verificare che il martello funzioni.

Credo di poter immaginare l’emozione di Flaubert quando ammise che Emma Bovary, altri non era che se stesso. Penso di poter avvertire la chiusura dei pori, il respiro che si ferma un attimo prima di arrivare alle narici e quel gemito unico delle parole che urlano mute. Penso di sapere la sensazione degli occhi come di pavimenti rotti.
Probabilmente e’ un’esigenza di totipotenza, quella che invade Flaubert e anche me e tutte quelle menti che non riescono a soggiacere a se stesse, trasformando la vanità in arte e le parole in un bambino autistico in preda ad un vaniloquio permanente. Un’esigenza che diventa capacità di farsi e disfarsi, trasformandosi in appartamenti composti da abbondanti stanze, abitate da una molteplicità di ospiti. E cibarsi di ognuno di loro, ogni sera a cena, per dimostrare l’inottemperanza dell’onnipotenza e l’irrisorietà dell’esistere, con la stessa leggerezza con cui si saluterebbe un cane.
Ma bisogna essere disposti ad essere piatti scabrosi, mangiati in ginocchio su pavimenti rotti. Bisogna essere privi del nulla, gonfi e tronfi del niente che lo contiene, per ammettere di essere al contempo il piatto, e la bocca, e le ginocchia ed il pavimento rotto.
Gli esseri umani si formano a partire da un embrione costituito da cellule totopotenti, in grado di evolversi, virtualmente, in tutto. Anche a me è toccata questa sorte: quando ancora ero una cresta neurale e i pensieri catene biochimiche in competizione per la sopravvivenza. Ma pur sapendolo ho ancora paura. Paura di concettualizzarmi. Definirmi. Accettare che sono un ologramma e ogni tanto ammazzo qualche pianta.
Per verificare di poter vestire anche i panni di Dio.

Il mittente mi ha detto di scrivere un libro, ma il mittente sa che scrivere è una disciplina che toglie piuttosto che mettere, ed io sono ancora troppo magra per consentire alla compiutezza di un romanzo di pararsi davanti alle cornee per quello che è:- un foglio bianco, sul quale sedute e nude, io e la mia assenza, mangiamo margherite e lillà.

II

Oggi ho scritto la parola poltiglia. E vorrei scrivere di questa poltiglia. Ma non sono ancora pronta. Prima dovrei fare molte altre cose. Prima.
In anticipo su tutto dovrei ricominciare a soffrire. Aprirmi. Divorarmi. Cercarmi ancora una volta nella forma esatta di questo dolore: una contingenza a guisa di silenzio, intrappolata nella formula chimica di una lacrima.
Dovrei scrivere che l’esistenza e’ tanta e paradossale, ma prima devo buttare le cornici.
Non mi servono. Non le uso e cosa atroce, sono vuote. Me le porto dietro da anni, prima piene e appese ai muri, poi vuote e addossate su di un mobile. Le conservo perché si conserva in me il senso dello spreco. Presenza argillosa che vorrei liquidare con il gesto di una paletta svuotata nella pattumiera, se non fosse per una voce che mi ferma. E’ di mia nonna e mi dice:– E’ un peccato buttarle. Potrebbero servire, sempre che Dio voglia.
Devo quindi ammazzare prima Dio, poi mia nonna, poi diversi etti di me stessa e solo allora scendere tre rampe di scale, attraversare un atrio sporco dei fumi della città, abbassare una leva con il piede destro e buttare nel cassonetto le cornici. Devo, se non fosse che gli imperativi mi atterriscono. Dovrei, allora. Ma il passaggio dall’imperativo al condizionale mi sfiancherebbe. Non posso far altro che ammettere di dover compiere tre omicidi, per buttare dieci cornici.

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