10

Frammenti di cose inutili si susseguono nel tempo e negli spazi degli umani. Le unghie e l’aggrapparsi su mura di parole. Sull’illusione dell’aggancio, con barriere e ringhiere e passamani di versi, e stringhe di lettere e certezze dattiloscritte. Si parla di male, si parla di bene. Si parla di come si sta oggi rispetto a ieri. Del tempo! Non ci sono piu’ le mezze stagioni e vestirsi a strati e’ meglio che uscire in maniche corte. Non si sa mai. Non si potra’ mai dire se una nuvola sconvolgerà i nostri progetti. Non si sa mai. Il destino. Il destino -che illusione chiuderlo nel chiacchiericcio di una parola di plastica. Udire. Udire il respiro senz’aria di uno sciame di bocche. Udire cio’ che non si sente. Udire ciò che non si vorrebbe mai dire. Dire cio’ che non si puo’ interpretare. L’interpretazione. Che malvagio inganno del cervello. L’empatia! La scimmia che coccola una zanzara. E la vede. E la sente. E il vetro che si spacca sul fragore di un’ala rotta. Oggi l’aria e’ tenue. I corpi si cercano. La nudità e  l’esaltazione non del silenzio ma della non parola. La non parola che cosa santa! La parola – il ripetuto aborto di una donna sterile. E l’inutilità come forma dell’utilità. Ecco la giostra. Ecco il cavillo. Giocare come bambini, certi di esser cinici. Esser cinici fingendo come bambini.
E poi solo l’aria ed il respiro inconsueto di un asmatico – stupore dei sensi. Guarigione magica. La chiamano poesia. La reclamano poesia convinti che si possa fare, che si possa scrivere. La parola-biglia contro la solidità. Il bisogno. La necessità. La plausibilità dell’implausibile. La possibilità dell’impossibile. Il cranio-biglia contro la ricorsività. Ripeti troppe volte le stesse parole diceva lo scrittore che non ti ha mai letta. Ripeto troppe volte l’ossessione. Ripeto troppe volte il giusto. Troppe volte quello che non si puo’ ripetere. La lallazione ed i primordi del verbo. Forse questa e’ l’unica via. L’unica fuga – sull’errore gemma l’unica traccia di perfezione. La perfezione – l’eleganza di una ghigliottina. Il taglio netto sulle lingue che  richiamano Dio demolendo Dio. Per poi riappacificarsi su uno spartito stonato – ed ecco! Scrivere una poesia nei  fondi di un bicchiere. La scrittura. L’incisione. La cura. Allora la parola non estetica, nè esaltazione estatica ma l’intervento di un Demiurgo strano. Metà cancello. Metà lettino. Metà umano. Allora la parola non  la lacrima di una bambina. Non il suicidio delle vergini. Non e’ la redenzione degli spettri. Solamente il nulla configurato in certezza. Una passerella. Un varco. Un filo d’inciampo e il deragliamento.
Chiudetemi in un bicchiere. Fatemi in un fiore. Serratemi la bocca. Sono un cannibale. Vi voglio mangiare. Non per mangiare ma per poi scoppiare. Pungetemi. Vomiterò il silenzio e smettero’ d’amare.

Mi vesto a strati, non si sa mai.

Le amiche ©Pablo Picasso

Le amiche ©Pablo Picasso

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...