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Cambiare. Modificare. Slegare. Poi andare a fare un bagno al mare. Ripulire. Farsi ingannare. La pluralità della bellezza ci sbeffeggia -: nulla fu per l’uomo così inosabile come il languore del mare che solletica il tallone.
Vorrei aprirmi il cranio e ripiegare il cervello sulle tue meningi e con lo stesso sentimento dell’acqua abbracciarti mentre ti assorbo. La tua materia. La tua sostanza. L’estremo lembo di un deserto di orchidee. La lingua immobile sulla giugulare.
Cambiare. Modificare. Disinibire. Legare nuove connessioni con ipotetiche giunture. Ritagliare una per una ogni singola parola. Poi appendersi a testa in giù, per rastrellare la zolla, le ciglia, i gusci delle lumache, le piume di un colombo, il sangue degli agnelli.
Sul tutto dell’esistere, il rantolo apodittico -: svegliarsi umani, mi addormento cavalletta.
La sabbia e’ sola.
Vorrei essere il mento che trema ad ogni tuo mentire. L’unica stella senza vedetta. L’ultima goccia d’acqua in fondo al pozzo.
Bere. Avanzare. Cadere. Rialzare. Muri sotterranei e cavità argillose. Scavare nuovi mari. Più grandi. Più clamorosi. Spinti fin dove anche il canto delle sirene finisce e non c’e’ piu’ alcun riparo. In punta dei piedi su di uno spicchio d’eterno, scucirsi la bocca e deflagrare con l’eco.

mia, 2010

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