Nella terra dei cani pazzi

NoTitle- ©Mia

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I

Le parole sono e devono essere.

Tautologia minima. Vincolo non risolvibile. Regola delle menti. L’imperativo. L’esecuzione. La necessità di farmi impronta. Traccia madre ed effimera di una speranza del solco. Dell’intercapedine. Dell’incircoscrivibile racchiuso in una crepa e del vento che in esso si insinua.
Io. L’altro. Ossessione fossile. Atarassia del Tronco. Dell’idea d’essere che si specchia tutti i giorni in questa vasca di umori violenti e poetici. Totali e devastanti. Invisibili e carnali.
La proposizione che si ripropone nella lacerazione dell’istante.
Io e questa danza nuda e chiusa. E fuori l’estroflessione contraddittoria di me, che appicca il fuoco alle stelle, per farle esplodere. E ritornare a vivere nell’implosione.
La giusta vita.
La giusta morte.
La giusta distanza fra me – il non me – e la coordinazione allocentrica dell’ego.
Il punto d’innesco di tutte le mattine.
Io. L’impulsività delle parti a travalicare la somma e farmi occhio dentro l’occhio.
Vi manca un occhio.
Vi presto il mio per troppa urgenza di entrare. Non tanto per entrare quanto poi per uscire da queste infinite porte, confinate dove il tempo finisce.
Io. Il nome. La collisione. L’identità e l’essere. E queste mani in cui tutti i giorni pisciano gli angeli. Gli angeli di un certo Dio. Dell’immanenza. Dell’aderenza alla porosità dell’universo. Della volta celeste che glorificandoci ci esilia nell’altro -:la garza -:il cotone consunto -:la crepa nella costola di Cristo, che si incrina sotto il peso della non pietà. Della miserevolzza. Dell’oscurità.
Io. Il guardiano che continua a rispondere e il viandante che continua a chiedere.
La notte non finirà. Non è mai iniziata. Manca spazio per il giorno, in questo pozzo di parole smembrate, di specchi rotti, di aberrazioni, di abrasioni, fra le mie cosce ed il resto del mondo ed il resto del mondo con se stesso
Io e le ossa. E tutti gli occhi. E tutte le bocche. E tutte le dita. E tutti i capelli. E tutti i denti. E tutti gli orpelli e le lingue che leccano fiori ai margini dei marciapiedi.

E tutto il marcio che sconquassa e che redime, questa mia vita neurotica e bestiale.
Io. La virulenza dell’essere in un solo respiro. L’esaltazione. Le Lamie. Le lame. La comunanza dei diavoli e delle fate. L’austerità della cicuta nel profumo delle ortensie.
Le ginocchia e la caduta.
Claudio e la terra dei cani pazzi, bruciati al sole con una rosa in bocca.

II

Magri eravamo. Magrissimi camminavamo un braccio stretto sotto il braccio dell’altro, silhouette attraverso gli spettri. I miei. I tuoi. Quelli di tutti gli altri. Veri. Presunti. Mal percepiti. La negazione dell’essere a vantaggio della forma, che per le nostre vie corrispondeva alla non forma, aberrante ed immaginifica della malattia.
Matriosche fatte di specchi. Fuochi fatui lungo gli smerigli e infinite invisibili mirabolanti fratture in cui filtrare cervelli. Inabissando i neuroni in altri neuroni -:solidità della materia grigia. Compiacenza di Dio. Prevaricazione della forma molecolare a dispetto della forma sociale -:Darwin sta giocando a palla con un gattino. Lesionismo. Perfetto autolesionismo che assurge a formula d’arte e tutti i vostri parossismi indicibili ed interdetti, nella mia testa. Orgia di sinestesie mentre danzo a piedi nudi.
Io. Tu. L’anoressia, la bulimia e un bagno. La schizofrenia in una stanza di due metri quadri. Lo squarcio dell’urlo e del vomito nel collo del water e la geografia dell’essere un umano disegnata dagli umori incrostati sulle piastrelle. Tempo. Stratificazione della paura -:necessità nel non luogo della malattia. Spazio. Non c’e’ spazio dove le braccia brancolano sole.
E la mia mano, ancora oggi incapace di scrivermi per scriverti, sotto il giogo di me stessa in questo spot-coscienza che tu hai contaminato, per poi svanire, lasciando sul mattone una piuma . Nel grembo della madre di tutte le madri. Nell’utero della sacrosanta ed inscalfibile evidenza biochimica dell’essere.
Un cromosoma che non si e’ disgiunto.
Un numero maggioritario oltre un invisibile equatore. I tuoi occhi si sono sviluppati “a mandorla” e il tuo corpo e’ stato protocollato come Down. Un timbro su di una marca da bollo a sottoscrivere una mancata autorizzazione ad esistere. La tua.
E tutta la giustificazione delle genti a maltrattarti. Poco a poco nella testa. Fino a farti diventare un cane pazzo.
E tutta la redenzione quando sarai morto. Nel silenzio, chiuso in una stanza. In un bagno. Con le piaghe da decubito a forma di water. Unico nel tuo destino. La forma che si riconsegna alla forma per cercare di salvare il salvabile sotto la congiunzione effimera e vana di morte e poesia.
Maltrattato. Non curato. Ignorato. Silenziato.
E la parola, mai bastante.
Io. Tu e le ossa. L’esile dell’esistere nell’esilio di una casa di cura.

Io. Claudio. Due amici. E queste lacrime che dopo anni ancora non si asciugano, non trovano un posto, per quell’ingiustizia mai vendicata.
Io. La cura. La sollecitudine. La tentata denuncia e le braccia pronte ad accoglierti per ogni volta che ti hanno picchiato. Per tutte le volte in cui sei stato ignorato.
Tu. Un figlio. Un essere. Un indifeso.
Tu. E tutte le lacrime di tutte le madri di tutte le ere.
Io e la bocca piena di terra. Di quell’argilla dove i cani muoiono pazzi bruciati al sole con una rosa in bocca.
Tu e io. E i tuoi occhi che ora sono i miei.

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